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L’ultimo giorno di novembre siamo tornati al Piz Ciavazes per l’ultima giornata di sole e probabilmente di arrampicata su roccia in Dolomiti. E’ stato il giorno perfetto per chiudere i conti con una delle classiche meno ripetute.

Piz Ciavazes, via Zeni. Il tracciato della combinazione Grill-Schiestl e Zeni.

A sinistra dello spigolo di Italia 61 c’è una grande rientranza gialla, delimitata alla sua sinistra da un diedro perfetto lungo una trentina di metri, che termina con un bello strapiombo grigio. Lo si vede bene dal parcheggio classico del Piz Ciavazes, sul rettilineo della strada che va al passo Sella. La via Zeni è stata aperta nel 1960 da Donato Zeni e Leo Trottner durante un “assedio” di tre giorni, a suon di chiodi e cunei. Erano gli Anni delle direttissime e salite artificiali. La linea non è poi così lunga, sono 200 metri massimo in verticale, ma quello scudo giallo è tutto fuorché facile, e la qualità della roccia non deve essere stata delle migliori in apertura, oltre che di difficile chiodatura. Lungo i primi tiri originali sopra il ripido zoccolo erboso, tra un traverso esposto su loppe d’erba e un altro, c’è una lunghezza lungo una fessura tutt’altro che solida sul V grado. Deve esserci stato qualche piccolo franamento, perché qualche giorno prima della mia ripetizione, in un tentativo con un altro amico, mi ha fatto penare non poco, oltre ad uscirne sporchi di terra. Quel giorno ci siamo poi calati dopo il primo tiro sul giallo (il quarto), le mie braccia erano ancora bastonate dalla Lavagna del giorno prima, la parete ci sembrava crollasse a vista d’occhio e avevamo capito che non sarebbe stata una passeggiata questa Zeni. 

Piz Ciavazes, via Zeni. Il bellissimo diedro del sesto tiro.

Il 30 novembre, giorno della resa dei conti, decidiamo di evitare lo zoccolo originale e attaccare direttamente la via seguendo 3 tiri che Heinz Grill e Reinhard Schiestl avevano aperto nel 1978, poi riattrezzati nel 2014 da Grill e soci sempre nel loro stile: roccia ripulita, clessidre e chiodi con cordini nei punti giusti. Sono delle lunghezze bellissime, ideali per scaldarsi in vista dei tiri sui gialli. Non le abbiamo trovate neanche così impegnative, rispetto a quelli della Zeni. Da consigliare assolutamente. 

Piz Ciavazes, via Zeni. Antonello sul quarto tiro durante il nostro primo tentativo.

Il primo tiro “vero” della Zeni è il quarto, anch’esso in parte evitabile con una variante di Grill, molto bella e solida, anche se l’apparenza inganna. Il quinto tiro, quello che porta al diedro vero e proprio, dopo il primo passo difficile, continua su belle lame dove è necessario proteggersi con friends. La lunghezza del diedro è super, movimenti atletici e tecnici a cui segue una sezione da proteggere dove è bene saper arrampicare in fessura per salire in libera. Dello strapiombo all’ultimo tiro in giro si legge “ben ammanigliato”, VII ma salibile anche in A0. La buone prese ci sono, ma è davvero strapiombante. Trovata la giusta maniglia, è necessario un deciso blocco per uscire sulla stupenda placca  grigia a buchi. Volendo si trova subito una sosta fuori dal tetto a sinistra, altrimenti si prosegue per il muro grigio prima delle facili roccette che portano alla Cengia dei Camosci, dove si può assicurare il compagno su un comodo anello cementato appena sopra la traccia a piedi. 

Non posso che consigliare questa fantastica combinazione, Grill/Schiestl + Zeni, la relazione la trovate a questo link. Sette tiri di corda fino al VII, con difficoltà costanti tra il VI e VI+. Una via e una arrampicata di soddisfazione, ideale nelle giornate corte o con tempo incerto (potreste trovare lo strapiombo finale bagnato dopo le piogge), che potrebbe essere un buon banco di prova per salite più impegnative sui gialli dolomitici. Come attrezzatura basta anche una corda singola da 60 metri (in questo modo ci si può calare alla base dal primo tiro sui gialli), 11 rinvii e una serie completa di friend fino al #3 Camalot. Le soste sono tutte ben attrezzate.