Sci alpinismo in Pitztal, Tirolo. Wildspitze, 3772m.

December 4, 2016  |  News  |  , , ,  |  No Comments

In discesa  sul Taschachferner. Wildspitze.

In discesa sul Taschachferner. Wildspitze.


Siamo ormai ai primi di dicembre, la situazione neve in Dolomiti ricorda molto l’anno scorso, una piccola differenza la fanno le cime imbiancate, giusto per dare quel pò di look invernale. Il foehn della settimana scorsa ha lavorato molto la neve in Marmolada, l’unico posto dove al momento si possono muovere due passi con gli sci e pelli di foca. Ieri siamo andati oltre confine per vedere come se la passano, i ghiacciai in Pitztal non sono poi così male al momento.
Ci siamo portati in quota con gli impianti e siamo saliti sulla Wildspitze, la cima più alta del Tirolo e la seconda in Austria per il percorso classico dal Mittelbergjoch. In discesa abbiamo seguito lo stesso itinerario, risalendo i 100 metri del colle prima di riprendere le piste da sci e rientrare a valle.
Attendiamo tempi migliori, sperando nevichi presto sulle Alpi. Per il momento, godiamoci queste splendide giornate di sole.

Il video del nostro Selvaggio Blu di novembre e prossime partenze.

November 26, 2016  |  News  |  , ,  |  No Comments

Devo fare i complimenti ad Alon per avere editato in tempi record tutti i files video delle Gopro che in molti avevano durante il nostro Selvaggio Blu. E’ venuto fuori un video divertente e allo stesso tempo molto realistico perchè rende bene l’idea della esposizione di molti tratti (nonostante l’esagerazione data dal fisheye della Gopro) di Selvaggio Blu. Prendetevi 15 minuti quando avete occasione per darci una occhiata, ne vale la pena!

Per il 2017 ho in programma due partenze di Selvaggio Blu, in primavera dal 19 al 25 aprile e in autunno dal 26 ottobre al 1 novembre. Programmi e costi nei prossimi giorni. Buon weekend!

Sulle tracce di Selvaggio Blu.

November 22, 2016  |  News  |  ,  |  No Comments
Cala Goloritzé da Punta Salinas. Selvaggio Blu, secondo giorno.

Cala Goloritzé da Punta Salinas. Selvaggio Blu, secondo giorno.

In molti hanno definito Selvaggio Blu come il trekking più duro d’Italia.  Io direi che si tratta dell’esperienza più faticosa che noi frequentatori delle Alpi possiamo sperimentare, ma allo stesso tempo di una vera Avventura zaino in spalla in uno degli angoli selvaggi più belli d’Italia (e non solo).

Selvaggio Blu non è un sentiero, io parlerei di resti di antiche mulattiere costruite dai Carbonai ai primi del Novecento, ora più o meno inglobate dentro una vegetazione molto rigogliosa. Parlerei di tracce di pastori sardi che per badare alle loro capre in un ambiente aspro e roccioso a picco sul mare  hanno trovato passaggi molto arditi tra le falesie e i boschi di lecci, sicuramente senza la corda (fino al IV grado) e spesso aiutandosi con tronchi di ginepro (iscala ‘e fustes) poggiati sulla roccia per saltar su da un bosco all’altro.  Dunque queste mulattiere, tracce di sentiero, iscala ‘e fustes, tratti di arrampicata fino a IV grado (oggi addomesticati in qualche punto da un cavo metallico) e vertiginose calate con la corda, sono il “sentiero” di Selvaggio Blu.

Secondo la nuova guida di Mario Verin e Giulia Castelli, Selvaggio Blu è percorribile in 4 giorni, molti preventivano 6 giorni di trekking. Noi abbiamo camminato  per cinque giorni, aiutati per i rifornimenti giornalieri da una compagnia locale, e abbiamo scelto due comodità in più rispetto a 4 bivacchi. Già, i comodi rifugi a cui noi siamo abituati qui non esistono. Materassino in poliuretano e un sacco a pelo sono sufficienti per passare le notti all’aperto sotto le stelle.

Iscala 'e Fustes all'Ovile Salinas. Selvaggio Blu.

Iscala ‘e Fustes all’Ovile Salinas. Selvaggio Blu.

Nel primo giorno, da Santa Maria Navarrese abbiamo seguito il percorso classico attraverso la Cengia Giradili per fermarci all’ Ovile Ginnircu. Il secondo giorno, raggiunta direttamente Punta Salinas senza passare per Porto Quau, sciamo scesi  a Cala Goloritzé per fare il bagno, e poi siamo risaliti a Golgo per una cena tipica a cinque stelle e una cameretta con bagno privato (un vero lusso!). Il terzo giorno siamo passati per la Chiesa di San Pietro, il bellissimo Ovile S’Arcu ‘e su Tasaru, e nella discesa verso Ispuligi abbiamo tagliato verso nord attraverso un bosco ripido e “tecnico” che tanto mi ha ricordato quelli della Valle di San Lucano in Dolomiti. La prima calata verticale sopra Mudaloru è stata una esperienza forte per chi del nostro gruppo era alle prime armi, e la grotta a pelo d’acqua dove abbiamo pernottato una vera sorpresa per tutti.

Il nostro bivacco a Mudaloru, Selvaggio Blu terzo giorno.

Il nostro bivacco a Mudaloru, Selvaggio Blu terzo giorno.

Il quarto giorno, da Mudaloru a Biriala, è un susseguirsi di sentieri molto esposti, brevi arrampicate e calate con la corda, poi una ripida salita su per Bacu Padente fino a Olobizzi, dove si riprende una mulattiera dei Carbonai verso nord fino a raggiungere la “scala” di Biriala, un passaggio segreto attrezzato con cavo metallico e tronchi di ginepro che ci ha portati dentro al bosco e alla Cala omonima, forse la più bella di tutto il Selvaggio Blu.
Nell’ultimo giorno di cammino non si fa in tempo a scaldare le gambe che subito si deve traversare un bel ghiaione terroso, ripido ed esposto, un tratto che ti sveglia il corpo e la mente (paure incluse), poi la passeggiata è di nuovo bella riposante fino all’attraversamento della enorme frana di Punta Plumare scesa nell’ottobre dell’anno scorso.

Rob sul tratto chiave di Selvaggio Blu.

Rob sul tratto chiave di Selvaggio Blu.

Dopo la frana, è ora di indossare l’imbrago per l’ultima volta, perché c’è da attraversare il tratto chiave di Selvaggio Blu, una paretina verticale ricca di appigli (III grado) oggi attrezzata con catene, a cui segue una lunga calata verticale sopra il bosco di Plumare. Le difficoltà sembrano ormai un lontano ricordo scendendo il facile bosco, ma ultima calata sul vuoto di 20 metri è il gran finale a pochi minuti a piedi da Cala Sisine, la fine della nostra avventura.
Ringrazio Marcello Cominetti per avermi e averci accompagnato in questo Selvaggio Blu, e ringrazio Alon e i suoi amici per essersi fidati di noi guide. Gli avevo promesso un trekking speciale e avventuroso dove un “passo sicuro e assenza di vertigini” sono indispensabili (in molti non avevano capito cosa volesse dire “passo sicuro”, al terzo giorno tutto è diventato chiaro, in un flash), e loro sono rimasti a bocca aperta in questi 5 giorni di vita vera, a picco sul mare.

Arrampicare sulla parete Est del Catinaccio. Via Dimai per il Camino della Cotoletta.

La parete est del Catinaccio con il tracciato della Dimai.

La parete est del Catinaccio con il tracciato della Dimai.

Continua la nostra esplorazione sulle salite più belle della guida alpina ampezzana Antonio Dimai “Deo” nel 150esimo anniversario della sua nascita. Questa volta siamo nel gruppo del Catinaccio, dove Tone “Deo”, insieme ad un’altra grande guida fassana, Luigi Rizzi, ha accompagnato i suoi clienti inglesi Raynor e Phillimore per una prima sulla bellissima parete Est del Catinaccio nel 1896, ben 120 anni fa. Partendo da Gardeccia, si segue la strada sterrata fino a 10 minuti dal Rifugio Vajolet per poi imboccare un sentiero che va verso il Passo delle Cigolade. In poco meno di un’ora dal punto di partenza ci si trova a un centinaio di metri di distanza dal paretone della Est del Catinaccio, che impressiona per la sua verticalità. I miei occhi corrono su quel sistema di ripide fessure che salgono verticali fin quasi in cima, una linea splendida salita da Steger nel 1929 che ho avuto l’occasione di ripetere una decina di anni fa. Oggi sono qui di nuovo per ripetere la “prima” della parete, un itinerario di importanza storica che non è mai stato così frequentato tanto quanto la vicina Kiene, gli alpinisti di lingua tedesca l’hanno da sempre preferita rispetto alla salita di Dimai. Di questo te ne rendi subito conto, se hai un pò di tatto, salendo i tiri della via, le tracce di passaggio sulla roccia sono davvero minime.
Un vero peccato, perché questa linea assolutamente logica (non capisco come qualcuno possa dire che sia facile perdere l’itinerario in basso) offre una arrampicata nel complesso facile nella prima parte, alternata da tratti verticali e tecnici sul IV grado che fanno tenere alta l’attenzione.

Sul camino della Cotoletta. Via Dimai al Catinaccio.

Sul camino della Cotoletta. Via Dimai al Catinaccio.

Arrivati sotto la Cotoletta, quel pilastro di roccia dorato che si stacca dalla parete sotto il grande catino, la via si impenna e con un bel tiro si entra nel tratto chiave e tecnico della via, dove si arrampica per tre tiri di corda il camino all’ombra. Qui l’arrampicata è davvero impegnativa per il suo grado (IV+ massimo, qualcuno dice un passo di V-), la tecnica di camino è quella classica dove si sale a gambe divaricate, poi con la schiena su un lato, poi sull’altro..sarà stata la roccia molto fredda forse, ma personalmente ho trovato i tratti con le strozzature assolutamente non banali. Ogni volta che penso ai primi salitori, 120 anni fa con la corda di canapa, senza chiodi né friends, senza scarpette con suola liscia (io stesso mi impongo di non metterle su queste vie per rispetto verso di loro), rimango sempre impressionato dal loro coraggio e soprattutto dal talento e capacità che dimostravano.
Una volta usciti dalla Cotoletta si raggiunge il catino sotto la cima del Catinaccio, dove le difficoltà maggiori sono finite ma si arrampica su terreno abbastanza ripido, sul II grado e con la roccia non sempre solida. L’uscita sulla cresta sommitale con la luce pomeridiana di ottobre è stata molto suggestiva per noi, arrivati in cima abbiamo goduto del silenzio totale che ci ha accompagnato lungo tutta la giornata.
La discesa dalla cima necessita ancora di un pò d’attenzione, qualche chiazza di neve ghiacciata nelle zone d’ombra ci fa ricordare che l’inverno è alle porte. Speriamo di avere ancora qualche bella giornata di sole in Dolomiti per le ultime arrampicate, prima di tirare fuori gli sci.

La Biancograt sul Piz Bernina a fine settembre.

In cima al Pizzo Bianco, dietro la cima del Piz Bernina.

In cima al Pizzo Bianco, dietro la cima del Piz Bernina.

Settembre è il mese migliore per andare in montagna, in giro c’è poca gente e il silenzio insieme ai colori ingialliti dell’autunno regnano padroni. Martedì e mercoledì scorso sono stato insieme a Graham in Engadina per salire la Biancograt, la “Scala del Cielo”, uno dei più grandi itinerari di alta montagna delle Alpi. Alla Capanna Tschierva troviamo solamente 4 persone oltre a noi, la calma era quasi strana viste le ottime condizioni della montagna e del meteo. Ogni cordata l’indomani avrà la sua montagna personale, chi sul Piz Morterasch, chi sul Piz Scercen. Noi puntiamo la sveglia alle 3.30, siamo soli a far colazione, ma quando accendiamo le nostre frontali fuori dal rifugio incrociamo gli occhi di tanti cervi, qualcuno di loro si è fatto sentire per tutta la notte con i suoi bramiti.
Ottime condizioni sull’itinerario, grazie alla nevicata di una settimana fa che ha imbiancato lo scivolo di ghiaccio sotto la Fourcla Prievlusa e la Biancograt. Da segnalare una frana scesa dal Piz Morterasch il 23 settembre che ha interessato un tratto di avvicinamento alla Fourcla Prievlusa (dopo circa un’ora di cammino dalla Tschierva), un paio di catene metalliche sono state tranciate e si devono attraversare due ghiaioni instabili seguendo tracce di passaggio. Le guide di Pontresina sconsigliano al momento il percorso classico preferendo l’avvicinamento lungo la normale al Piz Scercen e attraversando poi il ghiacciaio fin sotto la Fourcla Prievlusa (calcolare una buona ora in più). Noi abbiamo seguito il sentiero classico, ci si accorge della frana solo per la polvere e la ghiaia nuova in questo breve tratto, oltre alle catene tranciate. Ad ogni modo, fate attenzione. Per maggiori dettagli e foto della tratto franato e variante di attacco visitate questo report su gipfelbuch.ch

Sulla Vedretta Pers, i Palù sullo sfondo.

Sulla Vedretta Pers, i Palù sullo sfondo.

Raggiunta la cima, non abbiamo trovato altre cordate che salivano dalla via normale. Avere tutto il Piz Bernina per sé, in una giornata stupenda, è qualcosa di assai raro! Il Rifugio Marco e Rosa è ormai chiuso, abbiamo proseguito la nostra discesa passando per la Fortezza, per poi attraversare la Vedretta Pers, anch’essa una esperienza notevole. L’ultima fatica è stata la risalita sulla morena e gli altri 200 metri fino al Diavolezza, dove un pò di birre e vino rosso ci hanno addolcito la stanchezza. Complimenti a Graham che solo 3 giorni prima aveva partecipato ad una gara di corsa in montagna di 28km e oggi era sul percorso lungo (210km) dell’Eroica in Toscana. Un vero duro!

Se volete visualizzare il nostro percorso e traccia gps vi rimando al link sul mio profilo Movescount.

 

 

Traversata delle Torri del Vajolet. Spigolo Piaz sulla Delago, Fehrmann alla Stabeler e Rizzi sulla Torre Winkler.

Traversata delle torri del Vajolet.

Traversata delle torri del Vajolet.

Se mi chiedete quali sono le traversate classiche in Dolomiti, subito mi vengono in mente le Torri del Sella, le Cinque Dita e le Torri del Vajolet. Le Torri del Vajolet sono come delle Tre Cime di Lavaredo in miniatura. Non superano i 150 metri in altezza, c’è un rifugio, il Re Alberto, a pochi minuti a piedi dalla base, e sono anch’esse tra le cime più popolari delle Dolomiti. Molte sono le vie tracciate sulle loro pareti, una in particolare è una pietra miliare della storia dell’arrampicata in Dolomiti, la “Winkler Ris”, una fessura salita in solitaria appunto da Georg Winkler nel 1887 (quando lui aveva appena 18 anni) valutata oggi di V grado.
La traversata delle Torri del Vajolet può essere effettuata sia partendo dalla Torre Delago per finire sulla Winkler o viceversa, a seconda delle vie che si vogliono concatenare. C’è chi preferisce partire dalla Winkler per avere sempre il sole alle spalle…chi come noi preferisce scalare con le dita fredde attacca subito lo Spigolo Piaz sulla Delago, la grande classica di IV+ delle Torri del Vajolet.

Arrampicando sulla Rizzi alla Torre Winkler.

Arrampicando sulla Rizzi alla Torre Winkler.

Una volta raggiunta la cima ci siamo calati velocemente verso l’intaglio tra la Delago e la Stabeler per attaccare un’altra classica, la via Fehrmann, 4 tiri bellissimi in diedro e camino, sempre sul IV grado superiore, che ci hanno portato in cima alla Torre Stabeler. Il tempo di qualche foto prima di lanciare ancora le corde nel vuoto e scendere verso la Torre Winkler che abbiamo raggiunto arrampicando lungo la Rizzi, una bella via sul IV grado, non molto ripetuta (occhio alla roccia non sempre pulita come sulle altre classiche) che consente di chiudere la traversata del Vajolet con altri tre tiri di corda.

In totale abbiamo contato 12 belle lunghezze di corda, e altrettante calate in corda doppia, più o meno.
Questa è una delle tante combinazioni possibili, a voi scegliere la vostra in base al grado di difficoltà che volete arrampicare.